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libreria ingegneria

06 Feb 2017

Pillole di archeologia nell'Africa equatoriale

Scritto da

Sono appassionato di archeologia, fin da quando ero bambino, il mio sogno era fare l'archeologo, prima alla ricerca dei dinosauri poi è diventata una passione per la ricerca storica dei luoghi e delle diverse culture. La scelta della metà dei miei viaggi spesso è decisa in base ai siti archeologici presenti o alla storia del paese.

Negli ultimi anni ho sviluppato un interesse per il continente africano sia dal punto naturalistico che da quello antropologico. Di romanzi sulla vita in Africa ne sono stati scritti parecchi e molti anche di successo, io stesso ne ho letti sia inerenti agli avvenimenti storici di alcuni paesi sia sugli sviluppi antropologici del colonialismo in alcune sue forme più o meno aggressive.

Data la mia passione per l'archeologia in passato mi è capitato di visitare l'Egitto per poterne ammirare l'enorme portata culturale e architettonica di quella che è stata una delle maggiori civiltà del passato, prima della nascita di Cristo. Paese piuttosto controverso se per un attimo si paragona la popolazione ai tempi di Cleopatra o Tutankhamon con quella che vediamo oggi, sicuramente secoli di dominazione straniera e in particolar modo arabo/turca hanno influito pesantemente.

Il sito archeologico che non ti aspetti però è quello che ho avuto la fortuna di visitare proprio quest'anno in Kenya, vicino ad una delle spiagge più belle del mondo Watamu.
Nell'immaginario collettivo il Kenya è un paese del terzo mondo, famoso per la bellezza di alcune sue spiagge e gli affascinanti tramonti in compagnia dei big five nella savana africana. Tutto questo è vero ma nasconde anche altre cose.
Come la gran parte dei paesi africani ha avuto un dominio da parte di un paese colonizzatore europeo, più precisamente la Gran Bretagna. Questo è ancora ben visibile, oltre che dalla guida a destra ma anche dalla lingua (l'inglese dopo la lingua ufficiale swahili è abbondantemente parlato) e da alcuni "resti" architettonici come club o locali. A livello burocratico hanno mantenuto sicuramente una struttura di tipo anglosassone "africanizzandola" e adattandola al luogo.
Durante la permanenza in questo splendido paese mi viene proposto di visitare un sito archeologico, con grande stupore ho potuto scoprire che anche nell'Africa equatoriale è possibile visitare i resti di un'antica città probabilmente fondata nel XII secolo. Onestamente non mi sarei mai aspettato di poter visitare un sito archeologico in Kenya, le popolazioni africane del passato in genere, organizzate in tribù, non prevedono la costruzione di elementi architettonici che possono durare nel tempo ma si organizzano con capanne o comunque strutture più leggere e meno durature.
In effetti la città non è di fondazione propriamente africana. La costa che si affaccia sull'Oceano Indiano è stata battuta nell'antichità fin dai tempi degli egizi e dei greci, abbiamo addirittura ritrovamenti di elementi di commercio romani. Dal VII secolo d.C. l'ascesa delle popolazioni arabe - mussulmane prende possesso delle rotte commerciali di quella zona, oltre a fondare diverse città lungo la costa dal XII secolo.


La città di Gede viene fondata nel XII secolo, molto probabilmente la sua posizione e la vicinanza al mare le permettono di avere un ruolo centrale nel commercio della zona, in prossimità c'era sicuramente anche una falda acquifera che permetteva di scavare pozzi per il rifornimento d'acqua, un elemento naturale fondamentale per le popolazioni del passato soprattutto nei paesi dove questa scarseggiava.
La città ha nel corso della storia un notevole sviluppo, si mischiano al suo interno la cultura araba mussulmana con quella swahili, le architetture arrivate ai giorni nostri della città sono costruite con la pietra locale, il corallo, presentano una struttura massiccia che ha resistito nel corso dei secoli. Gli edifici che maggiormente colpiscono ancora sono le diverse moschee, ancora riconoscibili per alcuni elementi caratteristici come il miḥrāb che non è altro che una sorta di piccola abside puntato verso La Mecca, presentano la classica suddivisione tra sessi all'interno dell'edificio religioso. Sono ancora evidenti gli strumenti per portare l'acqua in prossimità degli edifici religiosi, per il consueto lavaggio del corpo prima della preghiera.


La grande importanza di Gede, nelle rotte commerciali del panorama sia tardo medioevale che per i periodi successivi, è testimoniata dal ritrovamento di oggetti provenienti dai diversi continenti. Nel piccolo museo in prossimità degli scavi sono stati esposti oggetti asiatici, precisamente ceramiche e altri pezzi sia indiani che cinesi, prodotti tipicamente arabi e addirittura vetri importati da Venezia. Gli italiani già diversi secoli fa incominciarono ad apprezzare, a quanto pare, questa parte di costa e di Africa, stabilendo delle rotte commerciali nonostante la distanza.
Come in tutte le città medioevali non mancavano i sistemi di fortificazioni. In questo specifico caso aiutarono probabilmente la città a non essere invasa dai Portoghesi, quando sbarcarono lungo queste coste nel XVI secolo e a resistere, in parte, alle incursioni delle popolazioni nomadi provenienti dalla Somalia. Oltre ad una funziona difensiva nei confronti di agenti esterni, c'era una sorta di divisione interna anche della città, questo per un sistema gerarchico ben definito della società, una sorta di "barriera sociale". Nonostante questo sistema sociale piuttosto classista era comunque una città relativamente avanzata anche a livello igienico sanitario, infatti era presente un sistema di raccolta di acqua piovana e gabinetti in molti dei suoi edifici principali.


La fine della città di Gede è abbastanza misteriosa, venne abbandonata verso il XVII secolo, ma non ci sono testimonianze certe di questa decaduta. Sicuramente l'arrivo dei Portoghesi che monopolizzarono il commercio della zona, le continue incursioni di popolazioni nomadi dalla Somalia e il probabile spostamento della linea di costa del mare, furono tra le principali cause per cui oggi dell'antica e fiorente città rimangono solo degli affascinati ruderi e rovine.

Lorenzo Sarti

Sono nato a Bologna ma ho vissuto sempre in Romagna. Mi sono laurato alla Facoltà di architettura “Aldo Rossi” di Cesena nel 2010, dopo un’esperienza lavorativa in un grande studio milanese sono tornato nella mia regione e ho iniziato ad esercitare la libera professione. Da gennaio 2018 mi occupo come consulente del marketing, della comunicazione e i dei progetti per un'importante azienda di ceramica faentina. Contemporaneamente seguo la comunicazione e il marketing dello storico mobilifico della mia famiglia a Savignano sul Rubicone. Le mie passioni, oltre all'architettura, sono la musica, i viaggi e la storia, in particolar modo quella tardo romana e medioevale.

Potete trovare altre informazioni su di me consultando il sito www.lorenzosarti.it

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