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16 Ago 2020

Storia del tennis romano - sesta puntata - Il 68' tennistico

Scritto da

BREVE STORIA DEL TENNIS ROMANO

   6) IL '68 TENNISTICO

Gli anni ’70 sono un decennio decisivo per il tennis italiano. In questi anni, i nostri campioni Panatta, Bertolucci, Barazzutti e Zugarelli riescono a compiere ciò che fino a pochi mesi prima sembrava un’idea assurda: mostrare all’Italia un tennis per tutti, al di là di ogni barriera sociale. Specialmente a Roma, il successo di Adriano Panatta porta finalmente il tennis fuori dalla ristretta cerchia dei circoli esclusivi fin nelle case della gente, crea una buona industria sportiva e contemporaneamente dà lavoro a molte persone.

Improvvisamente, tutti gli italiani diventano appassionati di tennis, seguaci dei marchi tipici di questo sport da Ellesse a Maggi, da Fila a Tacchini. Improvvisamente, tutti gli italiani vogliono diventare veri e propri tifosi di tennis e, non avendone la tradizione nel DNA, ricorrono ai ben noti canoni del tifo calcistico: cori da stadio, chiasso a volontà, applausi di scherno contro l’avversario di turno, monetine lanciate in campo, boati irrefrenabili anche quando il gioco non è fermo…Insomma, tutto quello che il classico appassionato di tennis evita rigorosamente di fare!
Eppure, come spesso accade quando il nostro popolo si mette in testa di fare una cosa, l’operazione riesce al 100% , al punto che – pur di trasmettere su Rai1 le partite di Panatta al Roland Garros – i palinsesti Rai decidono (unica volta nella storia dello sport italiano!) di non mandare in onda il Tg1. Tanto è il potere del tennis romano, quello strano fenomeno che costringe Artur Ashe, battuto da Paolo Bertolucci agli Internazionali di Roma, ad ammettere: “Ho perso. Semplicemente perché Paolo tira due volte più forte di me”.

Gli anni Settanta del tennis sono un periodo dinamico, sotto molti punti di vista. I colpi si fanno più potenti, i completi da gioco si trasformano in misere modaiole, il bon ton all’inglese sparisce per lasciar posto alla ricerca sfrontata della rissa. Sono anni appassionati, contraddistinti da un animato mix di contraddizioni, che fanno pensare che anche questo nuovo tennis – come quasi tutto il resto, a quel tempo – sia stato figlio del Sessantotto.
Il circuito mondiale si tramuta in un enorme circo, in cui ognuno recita il suo ruolo e tutti si immedesimano con una naturalezza quasi professionistica.

Panatta diventa uno dei protagonisti più gettonati di tutto ciò e anima le cronache della bella vita – romane e non solo – con le gesta scanzonate sue e del suo gruppo di amici, a cui i mass media danno i soprannomi più colorati. Nastase è lo zingaro, Borg l’uomo di ghiaccio, Newcombe il baffo che conquista, Tony Roche la roccia, Solomon e Dibbs i “sorci che rosicano”. Gerulatis è il maestro dei divertimenti, Ramirez è Speedy, Laver il razzo, Vilas il poeta lottatore. Fra i più “ostici” ci sono invece Connors l’antipatico, Lendl il tenente della Vermacht e McEnroe detto McGenius. Panatta diventa infine “il Cristo dei Parioli”: l’appellativo, a dir poco curioso, deriva dalla faccia da purgatorio che Adriano sfodera in occasione dei match più impegnativi nonché dalle sue origini di Roma Nord.
Lui non si è mai dichiarato particolarmente contento di questa etichetta – soprattutto perché ci tiene a ricordare di non essere dei Parioli – e ha sempre detto anche che, secondo il suo punto di vista, lo zingaro Nastase è l’uomo più buono del mondo, che Borg non è affatto di ghiaccio, che Connors non gli è mai stato antipatico e che Laver era decisamente più che un semplice razzo!

tennis romano

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Giulia Soi

Sono nata a Roma mentre finivano gli anni '70 e – fatta eccezione per qualche anno vagabondo tra Spagna e Francia – ho sempre vissuto a Roma. Sempre nello stesso quartiere, per essere precisi.

Laureata due volte, una in Scienze della Comunicazione e l'altra in Geografia, ho iniziato a occuparmi di mass media alla Scuola di Televisione R.T.I. di Maurizio Costanzo: era il 2004 e da quel momento non ho più smesso.

Oggi sono un'autrice televisiva con all'attivo più di venti programmi per una dozzina di canali diversi, oltre che una giornalista pubblicista iscritta all'Odg del Lazio dal 2012; in generale, però, mi riconosco nella definizione di storyteller con il vizietto del web, il sogno di pubblicare un libro e una insaziabile passione per i viaggi, la musica e lo sport.

Oltre all’italiano, parlo correntemente e insegno cinque lingue, tre vive e due morte; quando la sera finisco di lavorare, divento ginnasta senza portafoglio, cantante per diletto e divoratrice patologica di serie televisive.

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