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libreria economia

30 Nov 2017

Il prezzo del petrolio: Il caso Europe 2020 Cap. 1

Scritto da

Grazie alla collaborazione di alcuni preziosi autori, Alessandro D’Addamio, Sofia Gori, Sergio Inferrera e Lorenzo Zannin, è nato un progetto molto approfondito riguardante la legislazione e come questa può modificare i prezzi e la produzione di petrolio.

Vista la vastità dell’argomento trattato, il team di HumanEuropeCapital ha pensato di pubblicare l’articolo a capitoli con scadenza regolare.

 

1. Uno sguardo d’insieme

La crescita economica, com’è chiaro da tempo ormai, non può essere infinita: tanti, troppi fattori a livello economico hanno su di essa un impatto negativo. Già i classici erano scettici sulla sostenibilità di un modello di crescita lineare poiché rappresentavano l’ambiente come una risorsa scarsa. Andando avanti nel tempo, l’idea che il rapporto tra livello di vita e capitale naturale fosse negativo si è consolidata nella scienza economica. A riprova di ciò, il famoso paradigma della sostenibilità mostra come, raggiunto un determinato livello di vita, benessere e capitale naturale non possano crescere contemporaneamente. Il trade-off presente tra i due elementi mostra la fallacia dell’idea di crescita infinita.

grafico 1

Per questo le politiche mondiali, da anni, sono orientate alla sostenibilità ambientale. La prima conferenza sull’ambiente delle Nazioni Unite si tenne a Stoccolma nel 1972 e vide la partecipazione di 133 capi di Stato: da lì in poi l’impegno a favore dell’ambiente fu costante. Molti trattati furono firmati, tra cui i più celebri sono gli Accordi di Parigi e il Protocollo di Kyoto. Sebbene l’impegno profuso a livello internazionale nel concludere gli accordi sia certamente lodevole, il rispetto degli obiettivi proposti è sempre sembrato una chimera. Proprio il Protocollo di Kyoto e gli Accordi di Parigi non contemplano la presenza di una delle più grandi potenze industriali a livello mondiale: gli Usa. Per quel che riguarda il Protocollo di Kyoto, infatti, dopo aver sponsorizzato diplomaticamente il trattato il governo a stelle e strisce decise di non ratificarlo. Copione non molto dissimile per quanto concerne i più recenti Accordi di Parigi, con il governo di Donald Trump che ha da poco optato per recedere dagli Accordi lasciando al resto della comunità internazionale il complicato onere di raggiungere i target imposti.

La difficoltà nel rispettare gli accordi ambientali è presente anche in Europa: come rivela uno studio realizzato nello scorso marzo ad opera delle organizzazioni non governative Transport & Environment e Carbon market watch, solo tre paesi europei sono sulla giusta strada per raggiungere i target fissati dagli Accordi di Parigi.

grafico 2

Un risultato ampiamente insoddisfacente, che premia come nazioni virtuose solo Svezia, Germania e Francia, mentre condanna al gruppo di coda l’Italia. Ripensare gli strumenti per la protezione ambientale e utilizzarli è dunque un obiettivo di policy fondamentale per la salvaguardia del nostro pianeta. Anche perché, stando al World Economic Forum, sono rimasti solo pochi anni per salvare la Terra dai peggiori effetti del cambiamento climatico: negli ultimi 20 anni il livello del mare è aumentato del 50% e le temperature hanno raggiunto record storici in alcune parti del mondo, come il Vietnam e la California. In questo contesto, a livello europeo, si colloca il progetto di Europe 2020.

1.1 Cos’è Europe 2020

Europe 2020 è un programma decennale di crescita sostenibile, intelligente e solidale. Presentato nel 2010 dall’allora presidente della Commissione Europea José Manuel Barroso come risposta alla crisi dei mutui, prevede il raggiungimento di diversi obiettivi in svariati campi, tra cui quello ambientale. Il target identificato, in quanto ad emissioni, è una diminuzione delle emissioni del 20% rispetto ai livelli del 1990. Target ambizioso, ma realisticamente alla portata di tutti i paesi Ue. Ma non è tutto: si punta, infatti, anche ad aumentare la percentuale di energia da fonte rinnovabile sul totale di quella consumata: il livello di energia prodotta da fonti rinnovabili deve essere del 20% entro il 2020. Un impegno difficile, ma che profuso in 10 anni può essere raggiunto. L’Italia, per esempio, nel 2010 aveva una percentuale di energia rinnovabile sul consumo totale del 13% e in soli quattro anni è arrivata al 17,1%. Per quanto riguarda le emissioni di gas serra, l’Italia a differenza della media europea è riuscita a centrare il target in poco tempo: nel 2015 le erano poco più del 22% in meno rispetto a quelle del 1990. Un risultato importante per il Bel Paese, anche se la media europea è ancora superiore all’obiettivo posto da Europe 2020. Come si può vedere nel grafico, infatti, le emissioni di gas serra in Europa non sono mai diminuite per più del 20%.

grafico 3

L’impegno italiano nella riduzione dei gas serra deve essere d’ispirazione per gli altri paesi europei perchè, come sostenuto anche dall’ex presidente Barroso nella relazione di presentazione di Europe 2020, “in tal modo si favorirà la prosperità dell'UE in un mondo a basse emissioni di carbonio e con risorse vincolate, evitando al tempo stesso il degrado ambientale, la perdita di biodiversità e l'uso non sostenibile delle risorse e rafforzando la coesione economica, sociale e territoriale.”

1.2 Europe 2020: gas serra, emissioni ed energia

La riduzione delle emissioni e quindi dei cosiddetti gas serra è dunque un obiettivo fondamentale per il programma Europa 2020, mirando appunto ad una riduzione del 21% delle emissioni nel settore energetico ed industriale e del 20% nel settore agricolo, nell'immobiliare, nei traporti (traffico aereo escluso) e nella produzione di rifiuti, prendendo come anno base il 2005; inoltre Europa 2020 vi è la volontà di accrescere del 20% la diffusione di fonti di energia rinnovabili ed in particolare portarla al 10% per i trasporti. Nel grafico è possibile osservare come il livello di emissioni sia distribuito in maniera diversa tra il 1990 e il 2015 secondo il settore produttivo.

grafico 4

Questa redistribuzione settoriale delle emissioni è dovuta essenzialmente al calo complessivo delle stesse che tra il 1990 e il 2015 ammonta al 23%, come è possibile apprezzare nel grafico (nel quale è riportato anche l'indicazione originaria del programma ossia la riduzione del 20% del 1990 entro il 2020, obiettivo già superato con largo anticipo).

grafico 5

I due strumenti che stanno alla base del raggiungimento degli obiettivi in materia di emissioni sono:

  1. L' Emission Trading System (ETS), mirato alla copertura del 45% delle emissioni prodotte dal settore energetico-industriale. Il sistema si fonda sostanzialmente sulla fissazione di un tetto massimo di emissioni potenzialmente prodotte (un cosiddetto emission cap che nella terza fase del progetto, iniziata nel 2013, risulta linearmente decrescente dell'1,74% ogni anno) e sull'emissione, con relativa vendita, di permessi di inquinamento trasferibili, i quali danno appunto accesso ad un determinato ammontare di gas serra che ogni impresa può immettere nell'atmosfera; sono chiaramente applicate aspre sanzioni a quelle imprese che emettono più dei quello che sarebbe permesso loro in relazione ai permessi acquistati. Questa strategia ha favorito la creazione di un mercato dei permessi sulle emissioni che è fortemente cresciuto nell'arco temporale 2005-2012 arrivando ad emettere titoli per 56 miliardi di euro secondo i dati della Bloomberg New Energy Finance e della London Energy Brokers Association.

    grafico 6

  2. Obiettivi nazionali di riduzione delle emissioni, i quali sono volti alla copertura del 55% delle emissioni totali dell'UE in settori non compresi nel programma ETS. Gli obiettivi in questione sono accordati annualmente con i singoli stati e compresi tra la riduzione del 20% delle emissioni per paesi economicamente più sviluppati e un aumento non superiore al 20% per i paesi più arretrati dal punto di vista industriale.

Questi strumenti hanno contribuito all'apprezzamento della CO2 equivalente, che assieme alla continua diminuzione del prezzo di batterie, fotovoltaico ed eolico hanno portato quantomeno l'Europa a 15 apportare la propria produzione elettrica su fonti rinnovabili dal 15% nel 1992 al 24% nel 2014.

Nonostante queste considerazioni positive, il 14 settembre 2017 il Sole 24Ore titola "Petrolio, in Europa e Usa è boom di consumi. E le scorte calano", riscontrando un aumento della domanda del 2,4% a livello globale nel secondo trimestre 2017, un balzo che non si verificava da almeno due anni.

Anche in considerazione di questi recenti eventi in controtendenza con il trend della domanda ci siamo spinti nell'osservazione degli effetti che la legislazione europea ha avuto sulla domanda di petrolio con particolare attenzione alle ripercussioni sui singoli Stati nel contesto dell'EU-15.

 

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Sergio Inferrera

Messinese, iscritto al corso di laurea in Economia all'Alma Mater Studiorum di Bologna, appassionato al mondo della politica, dell'economia e dello sport

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