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libreria economia

06 Dic 2017

Il prezzo del petrolio: Il caso Europe 2020 Cap. 2

Scritto da

Grazie alla collaborazione di alcuni preziosi autori, Alessandro D’Addamio, Sofia Gori, Sergio Inferrera e Lorenzo Zannin, è nato un progetto molto approfondito riguardante la legislazione e come questa può modificare i prezzi e la produzione di petrolio.

Vista la vastità dell’argomento trattato, il team di HumanEuropeCapital ha pensato di pubblicare l’articolo a capitoli con scadenza regolare.

 

2. La legislazione energetica UE

L'Europa si trova di fronte a numerose sfide nel settore dell'energia, quali la crescente dipendenza dalle importazioni, la diversificazione limitata, i prezzi elevati e volatili dell'energia, l'aumento della domanda di energia a livello mondiale, i rischi per la sicurezza nei paesi di produzione e di transito, le crescenti minacce poste dai cambiamenti climatici, la lentezza dei progressi nel settore dell'efficienza energetica, le sfide poste dall'aumento della quota delle fonti energetiche rinnovabili, nonché la necessità di una maggiore trasparenza, di un'ulteriore integrazione e interconnessione dei mercati energetici. Il nucleo della politica energetica europea è costituito da un'ampia gamma di misure volte a realizzare un mercato energetico integrato, la sicurezza dell'approvvigionamento energetico e la sostenibilità del settore.

Per far fronte a queste problematiche si sono ratificati numerosi accordi e trattati, tra i quali il Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE), ratificato nell’agosto del 2008: tra i vari obiettivi che si prefigge, si pone il fine di regolare il funzionamento del mercato interno, con il fine ultimo di incentivare nel migliore ed efficiente modo possibile lo sviluppo e l’utilizzo di fonti di energia rinnovabile e di preservare e migliorare l’ambiente.

La Direttiva 2009-28-CE difatti definisce che «la realizzazione degli obiettivi della presente direttiva esige che la Comunità e gli Stati membri destinino consistenti risorse finanziarie alla ricerca e allo sviluppo in relazione alle tecnologie nel settore delle energie rinnovabili. In particolare, l’Istituto Europeo di Innovazione e Tecnologia dovrebbe dare elevata priorità alla ricerca e allo sviluppo di tecnologie in tale settore», dando libertà agli Stati membri di incoraggiare le autorità locali e regionali a fissare obiettivi superiori a quelli nazionali e coinvolgerli nelle elaborazioni di piani d’azione nazionali. In tal modo si cerca di spronare le regioni virtuose dei singoli Stati, così che queste risultino un esempio per le zone meno sviluppate, al fine di stimolare lo sviluppo di nuove tecnologie nel campo dell’energia rinnovabile; in questo tentativo di diffusione europea del progresso tecnologico si può forse ravvisare un paragone con la Rivoluzione Industriale, evento storico nel quale alcune regioni che svilupparono maggiormente l’industria riuscirono a trainare l’economia di intere nazioni.

Anteriormente al TFUE, si può osservare la regolamentazione delle procedure ad evidenza pubblica, al fine di consentire anche a società stabilite nell’Unione Europea di concorrere allo sfruttamento di risorse appartenenti a Stati membri diversi da quello di provenienza. La Direttiva 94-22-CE garantisce la possibilità di partecipazione ai bandi per ottenere l’autorizzazione e il diritto esclusivo alla prospezione, ricerca o coltivazione di idrocarburi in un’area geografica. Come definito nell’art. 2, paragrafo 2: «Se un’area è resa disponibile per l’attività di cui al paragrafo 1, gli Stati membri garantiscono che non vi siano discriminazioni tra gli enti per quanto riguarda l’accesso a tali attività e il loro esercizio da parte degli enti». L’unica eccezione applicata a questo punto è determinata dal rischio della sicurezza nazionale: in tal caso lo Stato membro può negare l’autorizzazione solo nel momento in cui la stessa venga posta a rischio. Il tutto viene perseguito per garantire l’approvvigionamento energetico dell’Unione e per promuovere l’interconnessione delle reti energetiche all’interno della Comunità Economica; nonostante ciò, parte delle estrazioni effettuate in un paese membro dalle società private che si sono aggiudicate l’attività estrattiva attraverso bandi nazionali devono essere cedute allo Stato, che possiede la cava come parte del suo patrimonio demaniale.

Invece, il Regolamento 994-2010 istituisce per la prima volta un quadro giuridico a livello comunitario volto a garantire la sicurezza dell’approvvigionamento di gas e a dare un contributo al corretto funzionamento del mercato interno nell’eventualità di interruzioni delle forniture. Tuttavia, per quanto riguarda le normative vigenti in materia, gli Stati membri dispongono ancora di un notevole margine di discrezionalità riguardo alla scelta delle misure di approvvigionamento. Per questo motivo si è determinato che i cosiddetti piani di emergenza debbano essere aggiornati periodicamente e pubblicati, oltre ad essere posti a valutazione e sperimentati, così da poterne garantire il corretto funzionamento. Inoltre, la direttiva 2009/119/CE stabilisce l’obbligo per gli Stati membri a mantenere un livello minimo di scorte di petrolio, corrispondente a 90 giorni di importazioni nette giornaliere medie oppure a 61 giorni di consumo interno giornaliero medio, a seconda di quale dei due tipi di riserva risulti quantitativamente maggiore.

Invece, per quanto concerne la tutela e la salvaguardia ambientale, sono stati definiti alcuni obiettivi da raggiungere entro il 2020:

- Una riduzione pari almeno al 20% delle emissioni di gas serra rispetto ai livelli del 1990.
- Un aumento fino al 20% della quota di energia da fonti rinnovabili sul consumo energetico.
- Un miglioramento dell’efficienza energetica pari al 20%.

Tuttavia, tale programma non si ferma al 2020, ma prosegue sia con la previsione denominata “Quadro per le politiche dell'energia e del clima all'orizzonte 2030”, volta ad avviare un dibattito per le politiche ambientali da adottare dopo il 2020, che con il progetto “Tabella di marcia per l’energia 2050”, con cui si delineano le mosse da compiere nei prossimi 33 anni in materia energetica.

Per quanto concerne la ricerca di fonti di energia pulite, tramite il programma settennale “Horizon 2020” si cerca di promuovere la ricerca nel settore delle risorse rinnovabili con un ammontare di fondi stanziati pari a 5.931 milioni di euro. Al fine di accelerare l’introduzione sul mercato di queste fonti di energia non esauribili e di tecnologie energetiche efficienti e a basse emissioni di carbonio, si utilizzano misure volte ad aiutare l’UE a sviluppare le tecnologie necessarie a perseguire i suoi obiettivi politici e, allo stesso tempo, ad assicurare che le imprese dell’Unione possano beneficiare delle opportunità derivanti da un nuovo approccio all’energia. Tali misure sono definite all’interno del Piano “SET” nel 22 novembre del 2007.

Nella delineazione di questo quadro legislativo, il Parlamento Europeo ha sempre espresso forte sostegno nei confronti di una politica energetica comune che affronti questioni quali competitività, sicurezza e sostenibilità, ed è anche grazie ad esso se ad oggi si sono potuti concludere numerosi accordi di cui sopra trattato. A sostegno dello sviluppo ecosostenibile, il Parlamento UE ha invitato più volte alla coerenza, alla determinazione e alla solidarietà tra gli Stati membri nell’affrontare le sfide attuali e future del mercato interno, progredendo verso la realizzazione degli obiettivi fissati per il 2020. L’organo rappresentativo europeo sostiene inoltre l’assunzione di impegni più consistenti rispetto agli obiettivi delineati dall’Unione Europea, evidenziando che la nuova politica energetica deve sostenere l’obiettivo a lungo termine di ridurre le emissioni di gas serra dell’80-95% entro il 2050. Infatti, nel 15 dicembre 2015 il Parlamento Europeo ha preso atto dei cinque pilastri dell’Unione dell’energia delineati dalla Commissione e ha insistito sul fatto che le politiche attuate nel quadro di tali pilastri devono sempre contribuire a garantire la sicurezza dell’approvvigionamento energetico, la decarbonizzazione e la sostenibilità a lungo termine dell’economia nonché l’offerta di prezzi dell’energia accessibili e competitivi.  

3. Dipendenza petrolifera dei paesi EU-15

Prendendo il 2004 come anno base, il grafico sottostante (fonte Eurostat) mostra come la produzione energetica europea si stia svincolando sempre più dalle fonti esauribili di energia, optando per quelle rinnovabili. Nonostante la crescita percentuale molto elevata delle fonti di energia rinnovabili, come mai la dipendenza dalle importazioni di energia, in modo particolare di petrolio, è al centro delle preoccupazioni dell’Unione Europea?

grafico 7

L’Europa è infatti il secondo consumatore mondiale di petrolio: tuttavia, considerando i primi 15 stati a fare il loro ingresso nell’Unione Europea – d’ora in poi indicati con la denominazione “EU-15” – notiamo che la produzione ha subito un calo del 44,7% dal 1990 al 2015, e ben del 57,77% dal 1999.

tabella

Osservando invece i dati sul consumo domestico lordo di petrolio, notiamo che nel 2015 la produzione di greggio copriva solamente il 12,53% del fabbisogno energetico petrolifero: di conseguenza, il vecchio continente pare soffrire di una notevole dipendenza dalle importazioni di questo prodotto.

tabella 2

In merito alla sicurezza dell’approvvigionamento energetico, la dipendenza europea dal petrolio risulta troppo elevata (nel 2015 si attesta infatti intorno all’87%), anche alla luce dei recenti trend di estrazione e dell’andamento dei prezzi. Inoltre, come evidenziato dal grafico sottostante (fonte Eurostat), l’Unione Europea nel suo complesso nel 2014 registra i tassi di dipendenza energetica più elevati per il greggio (88,2%), seguito dal gas naturale (67,4%); in altre parole, dal 2004 più della metà dei consumi interni lordi di energia della UE è coperta dalle importazioni nette.

Più della metà dell'energia consumata nell'UE-28 proviene da paesi extra UE, e negli ultimi decenni tale quota è andata generalmente aumentando: gran parte dell'energia importata nell'UE proviene dalla Russia, le cui controversie con i paesi di transito hanno rischiato di provocare una sospensione delle forniture negli ultimi anni. Il conflitto in Ucraina ha acuito le preoccupazioni in merito alla sicurezza dell’approvvigionamento dalla Russia; in conseguenza della crisi del gas tra i due paesi, nel 2009 il Consiglio dell’Unione Europea ha adottato la direttiva 2009/119/CE, con la quale ha stabilito l’obbligo per i paesi membri di possedere un livello minimo di scorte di petrolio greggio e di prodotti petroliferi. La revisione del quadro legislativo in materia di sicurezza dell’approvvigionamento ha il fine di assicurare che gli stati membri adottino provvedimenti adeguati per prevenire ed attenuare le conseguenze di eventuali interruzioni delle forniture; il tema della dipendenza petrolifera, pur avendo mostrato le sue conseguenze fin dai primi anni ’70, emerge ancora oggi con forza nell’agenda politica internazionale come una problematica di grande rilevanza. Quel bene che ha in parte permesso all’Europa di diventare una delle economie più ricche al mondo, rappresenta oggi la sua principale vulnerabilità: interi settori industriali, i cui prodotti o servizi sono essenziali per la quotidianità di milioni di persone, si reggono grazie all’esistenza del petrolio e dei suoi derivati. Inoltre, un grande quesito affligge il futuro del cosiddetto “oro nero”, ed è legato alla sua disponibilità: per quanti anni ancora l’estrazione di petrolio può soddisfare la domanda di un mondo la cui popolazione aumenta a tassi crescenti?

Questa domanda, già di per sé di difficile risposta, è aggravata dal fatto che le stime sulla durata delle riserve petrolifere residue globali risultino vaghe e approssimative, a causa di una serie di fattori quali la riservatezza di certe informazioni, l’ampio numero di operatori coinvolti e la complessità tecnica delle valutazioni. Nonostante queste problematiche, nel 1956 il geofisico Hubbert sviluppò un modello che individuava l’evoluzione temporale della produzione di una qualsiasi fonte fossile esauribile in una curva, detta appunto di Hubbert, caratterizzata da una forma a campana non necessariamente simmetrica. La curva deriva dalla combinazione dei risultati ottenuti dalla simulazione dell’andamento dei giacimenti fossili attraverso modelli matematici, empirici e stocastici: la curva finale si caratterizza, a causa della sua tipica forma campanulare, da una fase di crescita, il raggiungimento di un picco, seguito poi da un declino. Hubbert infatti, tramite l’osservazione empirica di vari giacimenti, notò il susseguirsi di quattro macrofasi: espansione rapida, inizio dell’esaurimento, picco e declino finale. attraverso l’analisi delle serie storiche, Hubbert riuscì a creare un modello nel quale l’unica variabile indipendente è la quantità prodotta e il prezzo di mercato dipende dalla quantità domanda ed offerta. Nonostante i limiti economici di quest’analisi, come ad esempio il fatto che tralasci il condizionamento reciproco di quantità offerta e prezzo, la curva di Hubbert risulta un importante modello, non solo per le valide basi scientifiche e teoriche che ne costituiscono le fondamenta, ma soprattutto per aver gettato consapevolezza sull’imminente esauribilità delle fonti fossili.

Oltre al problema della giacenza di petrolio, altri fattori condizionano la vita del settore petrolifero, impedendo il raggiungimento di livelli produttivi più elevati: il considerevole livello di consumo globale, l’andamento delle quotazioni, il significativo impatto ambientale e soprattutto un EROEI (Energy Return On Energy Invested) in picchiata. Questo coefficiente, calcolato sul rapporto tra energia prodotta ed energia impiegata per produrla, indica la convenienza di una fonte energetica in termini di resa: l’indice del petrolio scende costantemente in quanto la difficoltà di estrazione aumenta al crescere dello sfruttamento dei giacimenti, e per questo presenta una forte relazione con il picco di Hubbert. L’EROEI del greggio è individuato dal rapporto tra energia resa da un barile e energia necessaria a produrlo, comprendendovi le indagini geologiche, la trivellazione, l’estrazione ed il trasporto: la produzione risulta dunque conveniente fino a quando l’energia prodotta sia maggiore di quella utilizzata nel processo, ossia quando EROEI>1. Nel caso in cui il coefficiente di resa sia pari o minore dell’unità, l’attività diviene svantaggiosa, non avendo interesse né economico né energetico a proseguirla.

Per questa ragione, risulta dunque importante analizzare l’andamento del settore petrolifero nei singoli paesi membri della Comunità Europea, in modo tale da rappresentare le peculiarità nazionali in termini di energia. Si è deciso di considerare solamente gli stati appartenenti alla UE prima del 2004, per due ragioni di carattere storico-politico: in primo luogo, molti dei restanti 13 paesi membri hanno sancito la propria autonomia o sono usciti dalla sfera di influenza dell’URSS tra il 1990 e il 1991, per cui i dati a disposizione sul bilancio energetico nazionale sono parziali o incompleti; inoltre, la loro tarda adesione alla Comunità Europea – con il conseguente adeguamento alle norme comunitarie in materia di energia – rende difficoltoso il confronto tra paesi in termini di prezzi e produzione. Si segnala che i seguenti dati sono nostre rielaborazioni ricavate dai dati dell’International Energy Agency.

3.1. Austria

La produzione domestica di greggio presenta un trend in calo: il massimo di Mtoe prodotto è stato raggiunto nel 1991, mentre si osservano dei picchi nel 2000, nel 2002, nel 2004 e nel 2009.

Per quanto concerne invece l’importazione di petrolio nel paese, questo mostra un andamento piuttosto altalenante: il massimo di Mtoe importati è stato registrato nel biennio 1997-1998, mentre il punto più basso si è osservato nel 2010.

La produzione, pur non distinguendosi per quantità in senso assoluto, resta comunque di considerevole importanza per la sua grandezza percentuale, in particolar modo se considerata relativamente al consumo finale totale: nel periodo 1990-2014 si attesta su un valor medio di 4,41%.

grafico 8

Contrariamente all’orientamento generalmente decrescente di produzione ed importazione di petrolio, il consumo finale energetico austriaco mostra un forte incremento durante tutto il periodo considerato. Considerando che le importazioni sono rimaste sostanzialmente stabili – si è avuta una variazione del -1,5% tra l’import del 1990 e del 2014 – e la discesa della produzione (-35,76% in 24 anni), l’Austria presenta una dipendenza energetica dai prodotti petroliferi piuttosto elevata, ma minore di altri paesi appartenenti all’area EU-15, con un valore medio del 91,19% (rielaborazione da dati Eurostat).

tabella 3

L’Austria, a causa di questa elevata dipendenza petrolifera (Da intendersi come il rapporto percentuale Σimportazioni/Σproduzione+Σriserve ) , ha deciso di diversificare la produzione energetica: nel 2014, il 37,51% del consumo totale di energia risultava coperto da fonti non fossili. A partire dal 1990 la nazione si è attivata per la creazione di nuove fonti rinnovabili di energia (indicati con la denominazione “rinnovabili” nei grafici), ossia solare, eolica e marina.

grafico 9

3.2. Belgio

Il Belgio si caratterizza per una produzione nulla di petrolio, essendo privo di giacimenti.

Le importazioni sono in media cresciute nel periodo 1995-2003, per poi diminuire fino al 2013; nonostante le fluttuazioni registrate negli anni iniziali della recessione, attualmente si segnala una tendenza positiva dei flussi di import. I minimi della serie storica si osservano nel 1990, nel 1993 e nel 2013, mentre si riscontra un massimo in corrispondenza dell’anno 2003.

grafico 10

Il consumo energetico totale è invece accresciuto del 19,82% in quindici anni, aumentando in maniera costante. Potendo constatare che le importazioni e i consumi hanno un simile andamento – è possibile calcolare che l’indice di correlazione diretta tra le due variabili è del 68,4% – la dipendenza energetica belga dai prodotti petroliferi risulta molto elevata, attestandosi su una dipendenza media del 100,23% (rielaborazione da dati Eurostat). Ciò significa le produzioni domestiche di energia non riescono a coprire il fabbisogno energetico nazionale, il quale viene invece alimentato quasi totalmente dalle importazioni di greggio.

tabella 4

Nonostante dal 2011 si rilevi un significativo calo della creazione di energia nucleare (-30,15% in tre anni), nel 2014 più dell’85% della produzione energetica belga era alimentata da questa fonte. Nel paese sono presenti due centrali elettronucleari in funzione, Doet e Tihange, ma l’incidente avvenuto il 22 novembre 2002 nella seconda centrale ha spinto a diminuire l’utilizzo di questa fonte di energia: dopo i primi provvedimenti normativi del 2003, l’attuale governo assicura lo spegnimento delle centrali entro il 2025. A partire dal 2001, la produzione di energia solare, eolica e marina ha iniziato ad essere più consistente, mentre dal 2003 si è cominciato a registrare una quantità considerevole di energia dalle centrali termoelettriche (indicate nel grafico con la denominazione “calore”).

grafico 11

 

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Sergio Inferrera

Messinese, iscritto al corso di laurea in Economia all'Alma Mater Studiorum di Bologna, appassionato al mondo della politica, dell'economia e dello sport

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